Personalizzazione
Perché il formatore svolga un ruolo incisivo nei contesti di povertà educativa e le azioni educative possano avere efficacia di sostegno e di implementazione delle condizioni di vita, il formatore dovrebbe tener conto di alcuni fattori che possono concorrere a migliorare il suo approccio e dare il via a processi formativi sostenibili.
In primo luogo, il concetto di personalizzazione (Santoianni, 2021). L’approccio formativo dovrebbe essere self paced, misurato secondo le possibilità di ciascuno, in quanto ogni individuo, come soggetto persona, differisce dagli altri per la molteplicità di aspetti che lo caratterizza e, nello stesso tempo, è in continuo divenire, modificando di volta in volta, nel corso della epigenesi, i propri modi di affrontare le esperienze. Ogni individuo è un sistema complesso biodinamico con una organismicità integrata tra livelli percettivi, emotivi e cognitivi, espliciti e impliciti (Frauenfelder, Santoianni, Ciasullo, 2018).
Se ogni individuo è diverso dall’altro, e si muove nel range esperienziale a una velocità diversa da ogni altro, la formazione non dovrebbe mai andare verso una standardizzazione della sua offerta quanto piuttosto verso la scoperta delle differenze individuali di ciascun organismo in modo da potere orientare l’azione formativa verso indirizzi rilevanti da un punto di vista motivazionale a seconda delle esigenze e dei bisogni formativi di ciascun soggetto. Si potrebbe dire che la formazione è come un vestito su misura che può essere cucito addosso a ciascuno. Il mondo anglosassone utilizza le parole tailored e customized proprio per indicare come l’offerta formativa dovrebbe essere “ritagliata” in base alle esigenze personali per incentivare l’adesione spontanea e non forzata ai protocolli, seppur dinamici, della formazione.
Alla standardizzazione dell’offerta formativa, da non perseguire, fa da contraltare la standardizzazione delle performance. Anche questa da non perseguire se si vuole che i soggetti in condizione di povertà educativa sviluppino autoefficacia.
In ambito formativo, c’è a volte il dubbio se puntare sulle capacità potenziali di ciascun soggetto oppure se cercare di raggiungere uno standard di mastery performance uguale per tutti (Block, Anderson, 1975), incentivando quindi in questo caso la implementazione delle aree di sviluppo più deboli piuttosto che i punti di forza. In un contesto di povertà educativa, focalizzarsi sulle possibilità di chi apprende entrando in relazione con il formatore significa valorizzare l’esistente, la base dalla quale partire, mentre l’empowerment dei punti di debolezza riconduce a un concetto di media uniforme che non ha senso utilizzare in questo caso.
La valorizzazione dell’esistente avvicina la formazione alla metafora di una scelta per la qualificazione sportiva. Se ci fosse una olimpiade ideale nella quale si sia chiamati a scegliere gli atleti per ogni disciplina, lo si farebbe in base alla qualità della prestazione di ciascuno, cercando di inserire gli atleti nei campi nei quali potrebbero avere uno sviluppo positivo. L’incoraggiamento delle possibilità individuali aumenta le possibilità della prestazione del singolo e della sua relazione con il gruppo. Incentivare invece ogni atleta a dare il suo meglio in ogni disciplina potrebbe condurre all’esito opposto di quello che si vorrebbe ottenere, cioè la riuscita di ciascuno.
La selezione per una olimpiade porterà soltanto alcuni sul podio della vittoria, ma non è quello che la formazione vuole ottenere. Arrivare sul podio, in qualunque posizione, non necessariamente nei primi tre classificati, significa essersi adattati a un ambiente nel quale si sono moltiplicate le possibilità di riuscita in relazione alle potenzialità individuali. La positività di una relazione adattiva accresce il senso di autoefficacia.
Per adattarsi a qualunque contesto bisogna fare leva sui propri punti di forza, sulle basi adattive essenziali, quindi sulle competenze di base, le core skills: non in generale, ma relative a ogni singolo individuo; non quelle che tutti dovrebbero avere, ma quelle che quello specifico soggetto mostra di volere e di sapere utilizzare (Santoianni, 2018). La formazione diventa una attività di coaching, dove si prende in carico il soggetto in formazione e si cerca di comprendere come aumentarne l’autoefficacia attraverso lo sviluppo delle potenzialità individuali.
Apertura e chiusura al cambiamento
Nel corso delle esperienze nella epigenesi, ciascun individuo accresce le proprie potenzialità durante la storia personale degli apprendimenti, un processo che può portare ad aperture così come a chiusure verso l’ambiente. Questo perché nella formazione di ciascuno c’è un gioco di interscambio tra le stimolazioni esterne e le tendenze interne a organizzare le esperienze.
In questo gioco, si costruisce gradualmente un equilibrio tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che viene chiesto di fare, tra le motivazioni interiori e le scelte derivanti dai condizionamenti esteriori. La costruzione di ogni sistema cognitivo, considerabile come un prisma per le sue sfaccettature, è un processo lungo e complesso nel quale gli ingranaggi di funzionamento si mettono gradualmente a registro e, se questo non avviene, possono attivarsi invece occasioni di disagio cognitivo.
Nelle situazioni di povertà educativa, le stimolazioni formative sono minori così come le possibilità di esprimere le potenzialità individuali, ma il punto educativo riguarda il bilanciamento tra questi due estremi della relazione adattiva. Non è importante quante stimolazioni si ricevono, ma come queste stimolazioni si integrano con le possibilità individuali venendo così a costituire un terzo livello che concerne le possibilità di riuscita del singolo. La riuscita di un sistema cognitivo dipende infatti dall’integrazione al suo interno tra le modalità strategiche personali e le risposte individuali alle stimolazioni esterne. Questi processi sono necessariamente discontinui e ci sono periodi di latenza da mettere in conto, nei quali gli apprendimenti non sono continuativi.
Ogni individuo ha una storia personale e il suo prisma cognitivo non è mai a un punto di arrivo ma è sempre, costantemente, in costruzione; è soggetto a uno sviluppo continuo che comporta una evoluzione del sistema stesso. I sistemi cognitivi evolvono nelle scelte continue di accettare o non accettare quello che gli viene offerto dall’esterno. Nel caso della povertà educativa, ciò che viene offerto dall’esterno potrebbe non essere accettato. Si può avere infatti il fenomeno di resistenza al cambiamento (Santoianni, 2006).
Perché si resiste al cambiamento, se l’azione formativa che viene offerta è potenzialmente positiva per il soggetto in una condizione di difficoltà personale e sociale? Perché un soggetto in situazione di povertà educativa può respingere la collaborazione di un formatore? Perché l’adattamento è un processo nel quale gli individui considerano l’utilità di ogni azione che svolgono rispetto al contesto nel quale si trovano. Se una azione si rivela utile, viene consolidata e portata avanti; se non se ne vede l’utilità immediata, può essere trascurata.
Se si vuole integrare un individuo in situazione di povertà educativa all’interno di un contesto che potrebbe garantirgli una crescita migliore, occorre innanzitutto stabilire un patto formativo attraverso il quale si mostri al soggetto, e all’ambiente che lo circonda, come le scelte operate, per esempio aderire a un progetto formativo, possano essere condivise perché utili se non in questo momento, in un tempo successivo. Se uno studente in un contesto difficile da un punto di vista economico, sociale e culturale, trova sulla sua bilancia da un lato la scuola come formazione teorica e dall’altro un piccolo lavoro retribuito nel suo quartiere, potrebbe scegliere il secondo, e quindi aumentare il fenomeno della dispersione scolastica, perché da un punto di vista adattivo è più efficace lavorare in modo retribuito piuttosto che acquisire conoscenze, e anche competenze, in modo astratto.
Durante il percorso con il quale si approccia un soggetto in condizione di povertà educativa, occorre seguire i processi di apertura e di chiusura al cambiamento e valutare la natura della resistenza al cambiamento entrando in relazione con essa attraverso il monitoraggio dei feedback formativi, cioè controllando che il soggetto risponda in modo più o meno costante ma comunque sempre aperto se non positivo. Se un soggetto non risponde positivamente alla stimolazione formativa, è inutile continuare in quella direzione. La formazione è adattiva e flessibile e viene sempre incontro alle esigenze dei soggetti modificandosi costantemente perché è solo con la riformulazione dell’offerta formativa che si può ottenere una nuova chance di adesione del soggetto al cambiamento, in modo da pesare di più sulla sua bilancia di equilibrio adattivo.
Flessibilità
La formazione diventa una lotta per la sopravvivenza in cui le scelte che si operano devono essere in linea con le possibilità di sopravvivenza di chi riceve la formazione stessa. L’interesse primario è l’adattamento per la sopravvivenza e, se lo si mette a fuoco, si può riuscire a co costruire un ambiente di apprendimento che venga incontro alle esigenze di chi apprende. Se l’apprendimento è un processo adattivo che comporta, in senso piagetiano (1967), assimilazione e accomodamento, viene da chiedersi come ci si possa adattare a un ambiente che respinge. Se, filogeneticamente, l’ambiente non fosse stato modificabile, ci sarebbe stato adattamento ai diversi contesti?
Non ci sarebbe stato perché l’adattamento è una sorta di partita nella quale si può vincere e perdere. Difficile vincere sempre e non particolarmente prevedibile, ma perdere sempre comporta con maggiore certezza la previsione dell’abbandono del campo da gioco. Quando si progetta un ambiente di apprendimento come contesto di formazione bisogna sempre tener conto del fatto che questo ambiente può supportare e supportare modifiche di natura autodiretta, cioè è aperto in modo flessibile al cambiamento secondo direzioni evolutive non previste. La possibilità che un ambiente sia trasformato dall’esterno, il cambiamento eterodiretto, non da chi ha organizzato l’ambiente stesso ma da chi ne fruisce, dà un punto di vantaggio ai soggetti in formazione.
Ci si può adattare a un ambiente di apprendimento se lo si può modificare. L’accoppiamento strutturale con un ambiente (Riegler, 2002) è un risultato che si ottiene quando c’è la possibilità da ambedue le parti, da parte di chi progetta e di chi fruisce, di operare trasformazioni al suo interno. Adattarsi significa in qualche modo vincere sull’ambiente. Da un punto di vista filogenetico, l’umanità non sempre ha avuto la meglio sull’ambiente, però in molti casi l’ingegno umano è riuscito a superare le difficoltà che venivano di volta in volta poste. Anche nella partita della formazione si può vincere e si può perdere, ma se i docenti vincono sempre e se gli studenti perdono sempre non ci sarà mai adattamento.
L’adattamento è un processo che si basa sulla promozione del singolo, prima che della collettività. Affinché ciascuno si adatti a uno o più ambienti occorre che questi accolgano e incoraggino le idee generative di ognuno, permettendogli di operare creativamente al suo interno. Ogni adattamento inizia con un primo gradino, con una prima difficoltà da superare. Se questo gradino è troppo alto, nella scala adattiva, è possibile che il soggetto in formazione non riesca a superarlo. Non superare un ostacolo è un fattore che può oggettivamente frenare un processo di crescita. Questo è particolarmente vero nei contesti con povertà educativa, dove gli ostacoli allo sviluppo individuale sono molteplici.
Da un punto di vista etologico, quando gli animali si trovano di fronte ostacoli che non riescono a superare, si fermano per valutarne l’entità e decidere se tentare o no l’eventuale salto che ne consentirebbe il superamento. Da un punto di vista pedagogico, la valutazione sia dello ostacolo, sia delle proprie forze per superarlo, è messa in atto da chi apprende per misurare le proprie possibilità.
Questo percorso di riflessione avviene spesso in modo implicito. Il soggetto in formazione si blocca di fronte a una situazione nella quale ha paura di fare un passo avanti e di sbagliare. Per incoraggiarlo a superare l’ostacolo, il formatore dovrebbe abbassare l’ideale di gradino della scala adattiva attraverso processi di facilitazione, che possono includere anche la compensazione e il dispensare il soggetto da alcune parti del compito cognitivo.
L’idea di adattamento implica che l’ambiente si pieghi in qualche modo alle possibilità del soggetto e non sia soltanto l’individuo a venire incontro alle esigenze dell’ambiente. L’adattamento come si è detto deve consentire di vincere sull’ambiente e dare soddisfazione perché attraverso questa consapevolezza si acquisisce anche la capacità di autoregolarsi e avere fiducia nelle proprie possibilità, potenziando il senso di autoefficacia. Se il soggetto riesce a fare per così dire il primo passo, a superare il primo gradino, potrà acquisire maggiore sicurezza nell’andare avanti.